Allargare il discorso
Sulla presunzione delle parole universali
L’avrete letto in tutti gli angoli del globo terracqueo (semi cit.), a questo punto giunti.
Tornando dal weekend lungo, da fatti privati dolorosi, dal Concertone in cui Delia sostituisce “partigiano” con “essere umano”, mi sono ritrovata a fare una cosa che faccio spesso e che non riesco a smettere di fare: chiedermi a vantaggio di chi, esattamente, una parola ha avuto la presunzione di doversi allargare.
Sui social la cantante ha spiegato la scelta: il cambio serviva a rendere il messaggio universale, mostrare che quella lotta ci riguarda tutti, oggi, nel mondo.1
Non ho capito se devo rispettare come essere umano anche il mandante di un genocidio e i suoi vari bracci armati e alleati
Era in buona fede (?). Concediamole che lo fosse.
Il problema con le cose presumibilmente fatte in buona fede è che sono spesso le più difficili da guardare con attenzione, perché chiunque le metta in discussione rischia di sembrare quella che non ha capito il gesto magnanimo. E allora si lascia correre. E nel lasciare correre si perde qualcosa che varrebbe invece la pena tenere. “Partigiano” non esclude nessuno dall’ascolto o dall’identificazione. Racconta, invece, di qualcuno che ha fatto una scelta rischiosa, situata, storicamente determinata, contro qualcosa di preciso.
“Essere umano” è una condizione. “Partigiano” è una postura.
Non si può scambiare una con l’altra senza perdere la parte che pesa di più: quella della libertà pagata, di qualcuno che aveva deciso da che parte stare.
”Partigiano” ha sempre raccontato la storia di precisi esseri umani che hanno subito conseguenze in virtù di decisioni deliberate, e che quelle conseguenze avevano implicazioni. O forse, in questa valle ambigua in cui tutto può essere appiattito e messo sullo stesso piano, ci dimentichiamo che gli esseri umani sono capaci di crimini atroci verso altri esseri umani e che a quel punto stiamo parlando a entrambe le categorie, senza davvero parlare del conflitto tra le due.
Quindi, dicevamo, la buona fede porta a fare un gesto d’apertura.
E però allargare non è la stessa cosa di svuotare.
Succede con “femminismo”, ogni volta che qualcuno propone di sostituirlo con “antisessismo” (o altre variegate declinazioni sul tema) con l’argomento di includere gli uomini, non alienare i potenziali alleati, allargare il perimetro. E di nuovo mi viene da chiedermi: allargarlo verso cosa, esattamente?
Il soggetto politico sparisce. Le donne come gruppo che subisce una discriminazione strutturale specifica, con una storia specifica alle spalle, si dissolvono in una categoria senza corpo, senza conflitto, senza niente che la preceda.2 Rimane qualcosa che suona inclusivo e non dice niente di abbastanza preciso da poter essere contestato. Il che, se ci pensiamo, è probabilmente il centro di tutta la faccenda.
Succede nelle parole utilizzate nel welfare italiano, e lì è forse più evidente perché le conseguenze sono misurabili. Nel 2023 il governo Meloni ha abolito il Reddito di Cittadinanza e lo ha sostituito con l’Assegno di Inclusione. La parola “povertà” sparisce dal nome della misura. Sparisce “cittadinanza”. Rimane “inclusione” , una parola che non dice chi è escluso, perché è escluso, chi ha la responsabilità di includerlo.
L’Osservatorio INPS ha rilevato che nel 2024 solo un terzo delle persone in condizione di povertà ha beneficiato dell’ADI circa 300.000 nuclei familiari in meno rispetto al RdC.3
La sostituzione linguistica ha accompagnato, e in parte coperto, una riduzione concreta della platea dei beneficiari. Ma siccome la misura si chiama “inclusione”, devi esser davvero una stronza patentata per non fartela andare a genio.
La progressione è sempre la stessa: si prende una parola che nomina qualcuno in conflitto con qualcos’altro e la si sostituisce con una che descrive una condizione condivisa, occultando sia il conflitto che la responsabilità dello stesso. Rimane qualcosa di abbastanza giusto da sembrare una buona notizia e abbastanza vago da non poter essere smentito.
1946, e tuttavia
Nel 1946, George Orwell descriveva questo meccanismo all’opera nell’amministrazione coloniale britannica, e la lista che avrete sottomano se deciderete di aprire le note (alla fine di questo paragrafo) è difficile da leggere senza un certo senso di nausea.
Villaggi bruciati, abitanti in fuga, capanne incendiate con proiettili al fosforo: questo si chiama pacification. Contadini derubati delle terre e messi su strade polverose con quel che riescono a portare: transfer of population, o rectification of frontiers. Persone fucilate o mandate a morire di scorbuto nei gulag: elimination of unreliable elements.4
Formulazioni costruite, scriveva, per nominare le cose senza evocare le immagini di quelle cose. Eufemismi che arrivano in soccorso non per gentilezza o una qualche forma affettata di eleganza ma con il solo scopo di rendere praticabile l’ingiustificabile. Il linguaggio politico, concludeva, è progettato per far sembrare le bugie vere e i massacri rispettabili, e lo diceva di tutti i partiti, nello spettro che parte dall’estrema destra e arriva agli anarchici.
In quei casi la sostituzione si vende come linguaggio amministrativo, una funzione del burocratese. Ma il meccanismo funziona nella stessa maniera pure quando si vende come il suo contrario: come apertura. come gesto magnanimo, appunto.
Pierre Bourdieu, nel suo lavoro sul linguaggio e il potere simbolico, descriveva come il discorso dominante si legittimi non attraverso l’imposizione esplicita, ma attraverso l’universalizzazione. Chi occupa il centro lavora per produrre un discorso depoliticizzato, che usa sempre - parole sue - le langage de la nature.5 Il linguaggio della natura. Ciò che è naturale non è politico. Ciò che vale per tutti non può essere conteso da nessuno in modo specifico.
Il linguaggio universale non è la voce di tutte le persone. È la voce di chi non ha bisogno di nominarsi perché occupa già il centro. Chi sta ai margini ha bisogno di parole precise, perché le parole precise sono l’unico modo per rendere visibile un’esperienza che il linguaggio comune ha scelto di non vedere. Togliere quella precisione in nome dell’inclusione è, nella migliore delle ipotesi, un errore in buona fede. Nella peggiore, è esattamente il servizio che il linguaggio rende a chi quella discriminazione la produce e preferisce non vedersi nominato.
Come si compra la morte. E il sollievo
Nel 2001, il primo giorno di insediamento alla Casa Bianca, George W. Bush iniziò a chiamare sistematicamente i tagli fiscali sui grandi patrimoni tax relief , sgravio fiscale. Il linguista George Lakoff notò la scelta con attenzione quasi ammirata: relief, spiegò, evoca una struttura narrativa completa. Perché ci sia sollievo deve esserci qualcuno che soffre ingiustamente, un’afflizione imposta dall’esterno e un eroe che la rimuove. Aggiungere quella parola alle tasse costruisce una storia intera: i contribuenti sono vittime, il governo è il carnefice, i Repubblicani sono i salvatori.6 Il conflitto redistributivo sparisce nell’immagine di qualcuno finalmente liberato da un peso ingiusto.
[a me ricorda brutalmente questa cosa qui, ma forse sono io]
Ma l’esempio che Lakoff cita come più istruttivo è un altro. L’estate tax, l’imposta sulle grandi eredità, pagata dallo 0,1% degli americani su patrimoni oltre i quattordici milioni di dollari, viene ribattezzata dai repubblicani death tax: l’imposta sulla morte. Il soggetto si sposta dalla redistribuzione della ricchezza alla morte, come concetto universale e che perciò ci appartiene indistintamente. Chi è favorevole a tassare la morte? La domanda non ha risposta, e non è pensata per averla. Il conflitto di classe viene diluito perché la Signora con la falce prima o poi verrà a bussare a chiunque. Non è stupendo?
Lakoff notava anche una cosa che, come si dice, once you see it you can’t unsee it: negare un frame lo rinforza. Più i democratici ripetevano “non è una death tax”, più la parola morte si consolidava nell’immaginario collettivo. Il frame installato è difficilissimo da smontare, anche usando le stesse parole per smontarlo.
D’altra parte, era una lezione che Nixon ci aveva già consegnato nel 1973, quando si era presentato davanti alla nazione dicendo: “Non sono un truffatore.”
Tutti pensarono che fosse, senza ombra di dubbio, un truffatrore.
Quando si cambia la parola cambia chi ha diritto di parlare. E cambia di chi si può chiedere conto.
Perciò, per tornare al partigiano scomparso, la questione temo non sia la buona fede, perché quella è (quasi) sempre garantita e quasi sempre irrilevante. Ogni volta che una parola specifica viene sostituita con una più grande, qualcosa si perde e lo fa per una logica precisa. Un linguaggio naturale (nell’accezione che abbiamo visto fin qui), un linguaggio lasco, contiene parole che non pesano più niente, conflitti che non hanno più un nome e, soprattutto, una responsabilità che si è dissolta nel calore confortante dell'universale.
È un luogo in cui siamo tutti e tutte uguali e, per questo, in cui non si riconosce più il bene dal male.
Judith Butler, un po’ ovunque
George Orwell, Politics and the English Language - da leggere tutto, possibilmente
Pierre Bourdieu, Langage et pouvoir symbolique, 1982




